Forgive and Forget ……

La Lega dalla memoria corta osanna il “Che” e Guevara finisce nel pantheon dei lumbard

Roma – “Il primo leghista del dopoguerra? Che Guevara”. Parola del senatore del Carroccio Fabio Rizzi che ha rivendicato l’appartenenza al pantheon leghista del “Che”, da sempre icona della sinistra di tutto il mondo, soprattutto delle correnti terzomondiste. Durante la  presentazione del libro del giornalista Francesco Maria Provenzano Federalismo, devolution, secessione ritorno al futuro. La storia continua, l’esponente del Carroccio si è messo a osannare il rivoluzionario che, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, combatté in diversi Paesi dell’America Latina.

“Un uomo, un guerrigliero – ha sostenuto Rizzi – identificato come simbolo dalla sinistra, basandosi esclusivamente sulla concezione della lotta di classe e sulla rivendicazione dei diritti civili del lavoratori, dei deboli e degli oppressi”. “Invece il ‘Che’ ha dato la propria vita, fino all’ultimo sospiro per un unico ideale – ha argomentato Rizzi – la libertà per un Popolo, la libertà per un territorio, ideali che non hanno, non possono e non devono avere un colore politico, sono diritti fondamentali dell’uomo riassumibili nella autodeterminazione dei popoli”. Detta così potrebbe anche suonare come un romanzo. In realtà dagli anni Sessanta in molti fanno una certa confusione sulla vita del “Che”. Dopo essersi laureato in medicina e aver girovagato in moto nell’America Latina, Guevara arriva in Guatemala dove conosce il dittatore Jacobo Arbenz. Si tratta di un soggiorno breve dal momento che gli Stati Uniti spediscono un contingente per rovesciare il dittatore. Il “Che” fugge in Messico dove conosce un giovane avvocato cubano in esilio: Fidel Castro. E’ il 1955.

Un anno dopo il “Che” arriva a Cuba e, insieme ai barbudos, si fa strada tra gli uomini vicini a Castro. Numerosi gli episodi di violenza e di crudeltà tramandati dalle cronache di quegli anni. Solo alla fine degli anni Cinquanta, il “Che” riesce a espugnare Battista dall’isola permettendo a Castro di entrare trionfalmente all’Avana. E’ proprio in questi anni – quando Guevara è nominato capo della prigione della Cabana – che la crudeltà del comandante diventa famosa. Mentre alcune stime parlano di oltre 20mila persone uccise nella prigione, nel campo di lavoro voluto dal “Che” sulla penisola di Guanaha ne muoiono altre 50mila. Sono anni in cui i campi di concentramento fioriscono come niente. A Palos ne viene addirittura costruito uno per i bimbi con meno di dieci anni.

L’opera del “Che”, probabilmente ignorata da Rizzi, non finisce a Cuba. Dopo aver lanciato il motto “Creare due, tre, mille Vietnam”, Guevara “esporta” la rivoluzione”. Agli inizi degli anni Sessanta è prima in Algeria al fianco di Desirè Kabila, poi in Bolivia dove viene catturato e giustiziato il 9 ottobre 1967. Ha inizio subito la santificazione del “Che” che diventa presto immortale. Dalle magliette alle spillette per ragazzini, fino al pantheon leghista.

Fonte: Il Giornale – 27 Settembre 2011

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